
“Il bambino, la
madre, il fallo:
l'assenza di fondamento
mater-iale”
(Gabriele Lodari)
Seminario del 23-11-2005
Questo titolo risulterà probabilmente ostico ai più:
ho voluto tuttavia proporlo in questo modo a partire dalle
conclusioni che l‘ultima volta hanno lasciato forse
un po’ perplesso qualcuno tra voi. Ho cercato di dimostrare
la settimana scorsa che la madre non esiste. Intendo la madre
naturale, quella che peraltro è definita certa. Ho
proposto di sostituire al termine certa quello di sicura e
ho indicato la funzione, a cui riconduco la madre, come quella
di un semplice deittico, un indicativo che, lo sappiamo ormai,
si rivolge a quell’Altro che abbiamo, sulle orme di
Lacan, chiamato il nome del padre. Il nome del padre è
il significante che rappresenta il desiderio materno, ma,
potremmo precisare ora, che orienta quel desiderio semplicemente
al significante (togliendovi l’attributo di padre).
Il nome del padre non è, a ben vedere, che il significante
preso nella rimozione, e questo termine così formulato
conserva nello stesso Lacan (che qualche volta, occorre pur
dirlo, ormai ci sta un po’ stretto) un’aurea d’ideale
che non merita, poiché più nulla ormai potrà
rinviarlo a un padre genealogico, al padre cosiddetto naturale.
Il significante del nome del padre è l’ideale
del significante, cioè un significante sottratto al
fantasma materno. In quanto tale non è, infine, che
il nome e può essere tranquillamente rimpiazzato dal
nome. E’ il significante ricondotto alla lettera, il
significante ideale, cioè quello che non rappresenterebbe
più nessun significato possibile, oppure, scoprendo
il rovescio della medaglia, il significante che vale semplicemente
per la sua equivocità, cioè per il rinvio che
consente a un altro significante, al significante successivo
da cui dipende il suo stesso significato sempre mutevole.
E’ il significante del nome del padre a sostenere il
mondo simbolico di ciascuno, ma, per quanto detto, ciò
significa che lo sostiene in realtà ponendolo in questione,
per via di lapsus, di motto di spirito, per via di equivoco.
E’ come un respiro vitale che non può arrestarsi
nel suo movimento, nell’incedere mutevole. Trovato un
senso a cui appigliarsi, occorre subito perderlo affinché
si rinnovi. Ne discende che ciascuno occorre sappia avvalersi
di questo significante sapendone fare a meno; press’a
poco così si esprimeva Lacan. Qui è espressa
pragmaticamente l’idealità del nome del padre,
ma al contempo la sua aleatorietà.
Le discussioni trinitarie, alle quali ci siamo a lungo dedicati
in questi anni scorrendo testi di teologia a partire da S.
Agostino, ci sono state di grande aiuto nel rivisitare l’Edipo.
L’evidenza di fondo che mano a mano si è delineata
per noi è che il mondo confermato, l’apparente
solidità del mondo, ogni realtà che al mondo
attribuiamo, non è che il prodotto del fantasma materno,
cioè di quello che abbiamo anche definito come il fantasma
dei fantasmi, il fantasma dell’universale o della totalità.
Siccome poi il fantasma, per definizione, è costruito
sulla base di una logica che è peculiare a ciascuno
e la sua proprietà consiste proprio in questa singolarità
(contro il progetto, ormai seppellito da tempo, di una logica
universale), ne consegue che possiamo soltanto impropriamente
considerare un fantasma della totalità come un fantasma.
Se vogliamo in qualche modo definire il cosiddetto fantasma
materno, possiamo avvalerci di un termine come quello di “ideologia”
che pare più appropriato. In effetti, il fantasma materno
è piuttosto conseguente alla credenza che l’idea
(totalizzante) possa agire sostituendosi alla parola (che
vive nella particolarità propria a ciascuno). La credenza
nell’idea, che rimpiazza l’agire della parola,
è proprio a fondamento di quello che Lacan ha chiamato
il discorso del padrone.
Insieme con la madre, sfuma e si dissolve anche il mito della
sostanza e l’idea di un fondamento materiale. Non c’è
alcun punto di appoggio che sia in grado di sostenere il mondo
conferendo un’origine credibile alla sostanza, mentre
ritroviamo quest’ultima quale effetto della parola allorché
è pervertita nel discorso. Dopo la rivoluzione copernicana,
è questa la rivoluzione freudiana. La logica della
parola non può essere scambiata con la sostanza, con
la materia degradata, se la materia è radicalmente
impossibile da catturare con il concetto. Neppure un concetto
può essere preso come fondamento della teoria, poiché
ne risulta piuttosto un effetto. Se siamo giunti ad affermare
che è la parola originaria dobbiamo ben trarne le implicazioni
necessarie. Intendiamo appunto dire che la parola è
estrema, che ci ritroviamo sempre nella parola ogni volta
che apriamo la bocca, e che la bocca stessa, come qualsiasi
sostanza, la ritroviamo soltanto dopo, parlando.
Se teniamo ferma una tale acquisizione, ma in definitiva se
sappiamo mantenerci nell’intervallo di questa sospensione,
allora ce ne possiamo avvalere con vantaggio ogni volta che
dobbiamo affrontare una qualsiasi controversia clinica. Vediamone
un esempio.
Quale incidenza ha nella direzione della cura, il fatto che
un analista sia uomo o donna? Ancora nel testo di Freud sembra
sussistere qualche differenza. Questo interrogativo infatti
è presente nel testo freudiano, anche se, immediatamente,
è espresso come quello relativo alla differenza fra
un analista che occupi il posto del padre o della madre. Deve
essere padre o madre l’analista? Sembra persistere in
Freud la credenza di una differenza originaria fra il fatto
di poterne sapere come un padre o come una madre. Vi sarebbe
ancora, se pure a un livello che, come sempre nel testo freudiano,
è aperto a una serie di riflessioni del tutto nuove
e sconcertanti, l’idea della sostanza a fondamento:
un padre sostanziale e una madre sostanziali. Per esempio
(è proprio un interrogativo freudiano), parrebbe che
il tipo di transfert paterno instaurato con le pazienti impedirebbe
loro di riportare a galla il loro primo attaccamento alla
madre. Al contrario, sembra che questo tipo di problema non
esista nel caso dell’analista femmina. Insomma, parrebbe
che, per Freud, sebbene con varie distinzioni, l’analista
maschio si troverebbe dalla parte del padre e l’analista
femmina dalla parte della madre. E che questo comporti una
conseguenza, un limite o una possibilità propria a
ciascuno fra i due casi, differentemente secondo il transfert
sviluppato.
Per Lacan, è il campo stesso della sessualità
che subisce una modifica a partire dal riferimento alla legge
della parola e del linguaggio. E’ come se ora fosse
introdotta la possibilità, per così dire, che
un gatto possa fare bau bau e un cane maiu miau. Per nostro
conto, abbiamo sviluppato la proposta del desiderio dell’analista
(e non del suo sesso) e abbiamo ricollegato questo desiderio
a quello della madre, in quanto desiderio dell’Altro.
Se l’analista desidera, è già l’Altro,
in un certo modo, asessuato, del desiderio, e quando poi aggiungiamo
che il desiderio dell’analista è la teoria, abbiamo
davvero superato l’impasse; non nel senso hegheliano
della sintesi superiore (sarebbe un costrutto artificioso),
ma nel senso pragmatico, cioè strettamente clinico.
Il desiderio della madre e quello dell’analista sono
entrambi contrassegnati dal significante del padre. Ed è
la significazione fallica che entrambi li inquadra, poiché
non c’è alcun desiderio possibile senza iscrizione
nel registro della significazione fallica. E il fallo è
semplicemente il significante della mancanza, non può
essere in alcun modo riportato al maschile o al femminile
come marca originaria soggiacente. E’ rispetto al fallo
che si determina la posizione maschile o femminile. Mentre
il pene (la sostanza) a sua volta lo ritroviamo in quanto
dedotto dal fallo, e non viceversa.
Quando Lacan ha constatato, destando come è noto grande
scalpore, che non esiste rapporto sessuale, vuole proprio
affermare che entrambi i sessi si confrontano, con questa
impossibilità, sul piano della relazione di parola.
La parola e l’Altro non possono in alcun modo essere
già contrassegnati dal marchio della sessualità.
Impossibile, dunque, cogliere la sessualità in un a
priori rispetto alla parola. Occorre dunque insistere che
nella posizione sessuale appropriata ci si ritrova come contraccolpo
a partire dalla relazione con l’Altro e non vi è
alcuna specificazione possibile della sessualità prima
della parola.
Abbiamo accennato, la scorsa volta, al seminario di Lacan
sulla lettera rubata. Al suo commento, del racconto di E.
A. Poe, che sviluppa in una lunga serie di riflessioni. Abbiamo
costatato che, prima di tutto, la lettera è il fallo.
Cioè il significante di un’assenza. Il significante,
di quell’assenza, che ci rende in qualche modo consapevoli,
forti. Nella prima scena del racconto, il fallo passa dalle
mani della regina a quelle del ministro. E’ chiaro che
si tratta della funzione della lettera, in quanto colui che
la detiene suppone se stesso, e da altri è supposto,
potente. Nelle seconda scena è evidente, ancor più,
la funzione pura, simbolica della lettera che precede qualsiasi
significato; in effetti la lettera è accartocciata
e perciò diremo esclusa da qualsiasi luogo ragionevole.
La lettera è proprio irreperibile, e dimostra come
ogni luogo sia simbolico o ancora come la lettera in quanto
tale sia fuori dal mondo (nonostante lo sforzo continuo e
l‘abbaglio dei linguisti che vanno cercando una sostanza
alla parola, o prima della parola, che possa fondarla). Il
significante trascina nel suo vortice le vicende umane e insieme
tutto il resto; la scena mondana degli eventi, delle persone
e della sostanza, si dispiega alle spalle come suo prodotto.
Ciascun personaggio di questa storia è determinato
e costituito profondamente dal valore simbolico attribuito
alla lettera.
Un libro in una biblioteca occupa un posto simbolico, tant’è
che se è fuori posto risulta quasi impossibile rintracciarlo.
Se l’essere umano è un essere parlante, il luogo
che occupa è un luogo simbolico. Egli abita un luogo
determinato dalla parola, dal discorso nel quale vive. Ecco
perché non è una sciocchezza puntare al significante,
(sospendere l’attenzione dal significato è anzi
l’operazione clinica fondamentale): questo significa
determinare il luogo (che è sempre un luogo simbolico)
nel quale mi troverò ad alloggiare. Gli incontri che
mi converranno e via dicendo. Insomma, la vita resa più
armoniosa. Parimenti, la curiosità intellettuale non
è un optional fra gli altri possibili, ma è
la condizione fondamentale per inventare il mondo e potersi
realizzare.
La lettera è il fallo, il significante fondamentale
dell’inconscio. Il fallo è il significante dell’oggetto
che manca. La risposta al significante del nome del padre,
l’adeguamento del soggetto a questo divergere del desiderio
dell’Altro.
Un analizzante racconta di un’esperienza lontana, ma
assolutamente intensa. E’ poco più che adolescente,
in montagna, dopo una notte trascorsa nella tenda, a lamentarsi,
a piangere sulla spalla di questa sua giovane amica che non
gli si concede, incantato dal suo volto angelico. A lei si
confida e racconta la sua storia. Il mattino successivo sta
remando, sul laghetto di montagna, e si sente uomo, sotto
il sole, anche se nulla è successo (se non appunto
la sensazione del lamento, la sensazione di un sogno impossibile,
che ormai si dilegua). Poi sul lago, la percezione di remare
finalmente come un uomo, il senso di pace che lo invade al
pensiero che può bastare a se stesso e, inattesa e
paradossale, la fiducia nell’Altro, ma soprattutto,
ecco l’evento quasi miracoloso, l’irruzione della
materia nella voce. La voce che gli diviene grassa come quella
di un uomo. Un evento decisivo, unico, ma destinato a ripetersi
nel tempo, perché è l’effetto di un evento
di parola e non certo fisiologico; ancora oggi può
avvertirlo, sia pure non venga più percepito con una
simile intensità. La materia non è per nulla
la sostanza degli oggetti, dei significati, se non nel tempo
dell’enunciato. Piuttosto la materia è nella
voce, dunque nella parola.
Che cos’è il fallo? E’ l’assunzione
del significante fallico che consente la leggerezza sulla
materia. Padronanza della voce e dell’oggetto. Nessuna
presa del concetto sulla materia che resta non semiotizzabile.
Ma il significante fallico preclude la materia, la getta fuori
della voce, e informa il mondo, il mondo diventa pesante.
Il mondo, la materia non significabile. La solitudine è
relativa alla materia della voce. Produzione materiale, la
solitudine, privazione del fantasma. Esaustione del fantasma
sostenuto dal fallo. Produzione della materia. Irruzione della
materia come evento nella voce. Voce materiale che rimpiazza
la voce castrata dell’eunuco o del bambino, la voce
che era sostenuta per contrasto rispetto a un fallo immaginario.
Probabilmente la vicenda dell’adolescenza non è
che l’esperienza di questa solitudine contrassegnata
dall’irruzione della materia nella voce. Solitudine
esperita nella relazione per un fantasma di padronanza sul
fallo che rivela la sua illusorietà. La materia appare
nella voce, per contrasto nell’esperienza di castrazione,
altrimenti resta impercepita. Infine, esistono davvero le
cose? L’irruzione della materia ci dimostra che non
esistono come date.
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